Woland
Monday, 3 Nov 2008, 18:58
riporto qui sotto un documento top secret di cui è venuto in possesso un paio di settimane fa un importante professore che lavora negli USA.
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Pensano che l'inserviente addetto alla pulizia dei cestini sia un terroncello piccolo e brutto. Invece è veneto e lavora per noi, con un registratore sempre acceso. Però magari il veneto piccolo e brutto fa il doppio gioco. Vabbé decidano i lettori se la conversazione che io riporto fedelmente, solo tradotta, e' verosimile. (Scusate la scurrilità, ma parlano così a Wall Street). Dimenticavo: i lettori sapranno che Paulson è il ministro del Tesoro e Blankfein è il presidente di Goldman Sachs, di cui fu presidente Paulson sino a giorno in cui divenne ministro.
- Blankfein: caz.zo, Hank, hai finito di rompere i coglioni? Sono due settimane che mi tocca venire tutti i giorni alla NY Fed. Basta! Poi finisci per tenermi qui a pranzo, che fa pure schifo.
Paulson: Eh già, e a me, che mi tocca venire da Washington tutte le mattine? Credi che mi diverta?
Blankfein: Si ma tu non hai un caz.zo da fare. Io lavoro. Qui è un casino, salta tutto. E tu non sei nemmeno capace di gestire il Congresso. Vabbé che ci sono le elezioni, ma insomma, che non si allarghino troppo questi mantenuti mangiapane a tradimento. Diglielo.
Paulson: Ehi, faccio del mio meglio. Comunque te l'ho già detto che quelli li teniamo buoni con la questione dei "golden parachutes" e troiate del genere. Loro fanno credere agli elettori che hanno picchiato duro sui banchieri.... e a noi che ce ne fotte.
Blankfein: Ok, Ok. Dimmi cosa vuoi oggi. Cosa c'è di così importante.
Paulson: Beh, dici niente. C'ho 250 miliardi di dollari per comprare azioni delle banche. Non dirmi che non vale il viaggio dal tuo bel palazzetto nuovo in New Jersey. Tanto lo traversi in elicottero il fiume.
Blankfein: Cioé, .. ma tu sei proprio pirla. Ti abbiamo mandato a Washington per non fare danni, ma forse ci conveniva comprare i Dallas Rangers e darteli da gestire. O una di quelle squadre di calcio che piacciono tanto agli europei. Un nostro cliente italiano proprio ieri mi diceva che ha fatto così col fratello stupido.
Paulson: Perché? Che caz.zo ho fatto di male stavolta. Sono 250 miliardi, porca troia, non sei mai contento!
Blankfein: E io che cosa gli dico ai miei partner? Che ci compra il governo? E se siamo sottovalutati? Perché mai dovrei dare a voi una parte dei guadagni futuri? Te l'ho detto che la cosa da fare è comprare la merda che abbiamo in portafoglio ai prezzi dell'anno scorso. Come li ha chiamati Ben? Mah, non mi ricordo, una cosa che non pareva neanche che fossero più alti del mercato i prezzi a cui te li compravi sti derivati. Lui sì che è sveglio, Ben. Ricordati, tra l'altro che per un bel po' di questa roba puzzolente in portafoglio sei responsabile pure tu.
Paulson: Ma no, che hai capito, mica ti diluisco le azioni. Compro azioni privilegiate; al massimo con dei warrant, roba minima, che so, 10% del capitale. Cerca di capire, io ci ho provato. Ma li hai visti 'sti repubblicani del cassio. Mi sono saltati addosso che manco Tony Soprano. Tanto vince Obama, gli sta bene a 'sti stronzi. Ah, ti sei ricordato di contribuire alla campagna? Mi raccomando, che mi chiama tutti i giorni. Glielo ho promesso. E poi la settimana prossima c'è il ricevimento, Jazz per Obama, o qualcosa di simile. Ricordati, con mogli e amici. Non farmi stronzate.
Blankfein: No, no, guarda, io non mi fido per nulla. E se poi Obama mi viene a rompere il caz.zo su come gestisco la banca, mi dice che il Tesoro ha le azioni? E poi io Summers non lo reggo (è lui, no, che prenderà il tuo posto?). Con quell'aria da accademico del caz.zo, pezzente morto di fame. Se è tanto intelligente perché non fa i soldi che faccio io.
Paulson: Per favore. Fammi 'sto favore. Davvero. Ti prego. Prenditi almeno 20-25 miliardi. Se li prendi tu poi ci stanno anche gli altri.
Blankfein: Ma nemmeno per idea. Roba da pazzi. Tu vedi di trovarci soldi veri, senza "strings attached". Altro che balle. Se vuoi proporre la cosa falla volontaria: chi vuole soldi li chiede.
Paulson: Non posso. Non posso assolutamente. Hai visto come hanno reagito tutti. Tutti a urlare contro il bail-out, e Wall street e Main street, e i banchieri,... middle class del caz.zo. Si sono indebitati fino al buco del culo e adesso pretendono di far pagare alle banche i loro merdosissimi appartamentini due stanze e un bagno. Comunque, hai visto, hanno fatto così anche gli europei. Anche l'italiano, quello piccolo con le televisioni, che lui nemmeno ha una opinione pubblica a cui badare. caz.zo, a proposito, hai visto la moglie di Sarkò? Maronna che...
Blankfein: Perché, chi credi che l'abbia presentata a Mike Jagger quando non era ancora rifatta, cretino? Comunque, parla agli altri, poi vediamo. Ma sai come la penso. Io devo correre che devo andare al club con mia moglie, che quella sennò si tromba il maestro di tennis.
Blankfein (urlando): Ben, fammi preparare subito l'elicottero. Presto, caz.zo, che sono in ritardo. Corri.
Woland
Monday, 3 Nov 2008, 19:05
...
Woland
Monday, 17 Nov 2008, 15:10
'Compassionate' Conservatism Was a Mistake by Dick Armey
http://online.wsj.com/article/SB122602742263407769.htmlsolo in Europa, e in Italia in particolare G. W. Bush viene spacciato come liberista ...mah ...
Woland
Monday, 17 Nov 2008, 15:28
http://online.wsj.com/article/SB122628060458212379.htmlPresidente Bush, in articulo mortis faccia qualcosa pro free market, ridica no e basta. Se vuole andare via di bail out in bail out, Obama aspetti il 20 gennaio e si prenda l'intera responsabilità dell'operazione. Il fumo si sta diradando, quando il neo presidente sarà al 30% di popolarità vedremo che racconteranno.
Ronald Reagan used to joke that the mentality of politicians was,
"if it moves, tax it; if it keeps moving, regulate it; and if it stops moving, subsidize it." Sadly, the joke is now real because of the feckless actions of the Bush Administration and the compulsive spenders on Capitol Hill.
Woland
Tuesday, 18 Nov 2008, 15:33
Thursday, November 13, 2008 ~ 2:00 p.m., Dan Mitchell Wrote:
Wall Street Bailout Promotes More Washington Corruption. Naïve and/or deceptive politicians often claim that sleaze is the enemy of good government, but the real truth is that
government is the biggest friend of corruption. Simply stated, when politicians redistribute more than $3 trillion (and more indirectly via regulation), lobbyists and interest groups will line up to stick their snouts in the trough. The Wall Street bailout is an excellent example of this distasteful practice. The headline of a recent New York Times story summarizes the problem, noting "Lobbyists Swarm the Treasury for a Helping of the Bailout Pie." The
excerpt below reveals some of the corruption that is so pervasive in Washington. The most absurd part of the story is the quote from a Treasury Department official who says the government shouldn't pick winners and losers - a rather strange statement since the bailout exists so that government can pick winners and losers:
Woland
Friday, 28 Nov 2008, 17:01
La lobby GM falllisca
25 novembre 2008
di Mario Seminerio
Mentre General Motors e gli altri costruttori automobilistici statunitensi continuano a bruciare liquidità a ritmi infernali, il dibattito sul salvataggio dell'industria si polarizza sempre più. Da un lato, i sostenitori di un intervento pubblico che impedisca la distruzione di alcuni milioni di posti di lavoro, diretti e indotti; dall'altro i critici di un modello di business, quello di General Motors, basato da sempre su poderose relazioni lobbystiche che suppliscono alla scarsa comprensione delle dinamiche competitive globali. Nel mezzo, i costruttori europei, che temono non solo e non tanto un effetto di spiazzamento delle proprie produzioni causato dal soccorso pubblico americano, ma anche l'inizio di una corsa alla protezione dei campioni nazionali dell'auto, da cui tutti usciremmo perdenti.
General Motors nel terzo trimestre ha riportato una perdita di 2,5 miliardi di dollari, o 4,45 dollari ad azione, segnalando disponibilità liquide al 30 settembre per 16,2 miliardi di dollari, contro i 21 miliardi alla fine di giugno, ed un fabbisogno mensile di 11 miliardi di dollari, dopo aver accumulato dal 2004 perdite per 73 miliardi di dollari. Con questa traiettoria, senza intervento pubblico la compagnia difficilmente doppierà la boa del nuovo anno. Secondo il CEO, Rick Wagoner - che continua a ribadire in modo piuttosto sconcertante la necessità di preservare l'attuale management - l'unica via è un prestito governativo simile a quello che salvò Chrysler un trentennio fa. A suo giudizio, l'amministrazione straordinaria fornita dal Chapter 11 avrebbe invece "effetti devastanti" sull'azienda, sia perché il credit crunch ha pressoché inaridito l'erogazione dei "debtor-in-possession loans", i prestiti erogati alle imprese in ristrutturazione controllata, sia perché porre in Chapter 11 un produttore di beni durevoli di consumo di così elevato valore unitario finirebbe con lo spaventare i consumatori, timorosi che la società possa finire in liquidazione e le loro auto siano private di valore residuo di mercato e di assistenza post-vendita. Per questo motivo, secondo Wagoner ed i lobbysti del settore auto, sarebbe preferibile un nuovo prestito federale, magari condizionato a qualche ristrutturazione energy-saving di impianti e modelli. Altri osservatori, più neutrali, hanno ipotizzato una qualche forma di variazione su questo tema: ad esempio, ricorrere a forme di swap tra debito e capitale azionario, con sacrifici pesanti chiesti agli obbligazionisti, che vedrebbero il valore nominale dei loro bond abbattuto all'attuale valore di mercato, ed oltre.
I problemi di General Motors e degli altri due costruttori statunitensi sono noti, e sono riconducibili a due grandi tipologie: deficit di visione strategica globale e oneri imposti dal sistema-paese statunitense. Riguardo i secondi, nei giorni scorsi ha fatto molto rumore il dato sul differenziale di costo del lavoro tra un dipendente GM ed uno Toyota (o Nissan, o Honda) operante in impianti localizzati negli Stati Uniti. Settanta dollari orari il primo, una trentina il secondo. In realtà, quel differenziale non deriva dal salario degli addetti alle linee di montaggio (che è sostanzialmente allineato a circa 28 dollari l'ora), bensì soprattutto dagli oneri sanitari e previdenziali che i costruttori americani sostengono a favore di propri dipendenti, pensionati e loro coniugi superstiti. Già da un paio d'anni la società si è spostata dagli onerosi piani pensionistici a prestazioni definite ai cosiddetti 401(k), dove il rischio grava interamente sul lavoratore, in caso di andamenti sfavorevoli di mercato. Anche sui piani sanitari, in attesa del loro ridisegno complessivo per mano dell'Amministrazione Obama, le aziende statunitensi hanno tentato di contenere i costi, con aumento di franchigia e della quota di compartecipazione alla spesa da parte dell'assicurato. Ma per i costruttori di auto lo squilibrio è rimasto e si è aggravato, a causa di grossolani errori strategici, e di un forte legame con il potere politico. Un dato su tutti: tra il 1998 e il 2007 General Motors ha investito nel proprio core business 310 miliardi di dollari; nel corso di questo periodo l'ammortamento degli impianti è stato pari a 128 miliardi di dollari; il che significa che, nell'ultimo decennio, 182 miliardi di dollari di capitale netto sono stati pompati in GM, circa 1,5 miliardi di dollari al mese. Per Ford i dati sono simili: 155 miliardi di investimento lordo, 8 miliardi di ammortamenti. Alla fine del 1998, la capitalizzazione di mercato di GM era di 46 miliardi di dollari, quella di Ford di 71 miliardi. Oggi le due società sono sull'orlo della bancarotta, le loro azioni sono ridotte a penny stocks, e saranno presto rimosse dai principali indici azionari. Che ne è stato di questi 465 miliardi di dollari? Con quella somma, per paradosso, GM e Ford avrebbero potuto chiudere i propri impianti e trasformarsi in una holding automobilistica planetaria, comprando tutte le azioni di Honda, Nissan, Toyota e Volkswagen. Hanno invece scelto di diversificare in modo disastroso, tentato alleanze mal concepite (vedi il collasso di DaimlerChrysler e la successiva scissione nelle due società costitutive), oppure di assumere dimensioni così elefantiache da poter invocare, come sta facendo Wagoner, il solito mantra del "troppo grande per fallire", prendendo in ostaggio dipendenti, pensionati, consumatori e fisco.
Che fare, quindi? Per il Congresso a maggioranza Democratica Detroit è un simbolo, quasi un feticcio: difenderne ad ogni costo la sopravvivenza potrebbe assumere un valore ideologico. E certo le stime spaventose ed interessate di una distruzione di 2,5 milioni di posti di lavoro (concentrati peraltro in alcuni stati) proprio nel momento della più grave crisi economica dagli anni Trenta, rendono difficile valutare in modo non emotivo la gestione del salvataggio. Ma la presidenza Obama si presenta come fortemente innovativa ed intenzionata a ristrutturare l'intero paese, portandolo fuori dalle sue contraddizioni e da un modello di sviluppo che si è dimostrato insostenibile. Difficile pensare che una legge di "riconversione ecologica", magari scritta sotto dettatura di Wagoner e soci, possa risolvere il problema. Allo stesso modo, per non incorrere nella "sindrome italiana" dell'assistenzialismo improduttivo che tiene in vita aziende decotte, sarebbe forse meglio dividere i 25 miliardi di dollari di aiuti già stanziati tra tutti i 2,5 milioni di lavoratori minacciati di licenziamento: farebbero 10.000 dollari a testa. La parte del vuoto di offerta causato dalla scomparsa di uno o due costruttori di Detroit sarebbe colmata dai produttori efficienti rimasti, come dovrebbe avvenire in un'economia di mercato degna di questo nome, ed i fondi per il salvataggio potrebbero essere destinati a supporto di welfare per chi ha perso il lavoro e deve riqualificarsi, oltre che per le comunità colpite dalla crisi.
Ma anche senza giungere a questi auspicabili "estremi", resta l'opportunità di una effettiva ristrutturazione del modello economico degli Stati Uniti in direzione di maggiore competitività globale e minore sfruttamento dei contribuenti. Un modello che potrebbe essere esportato anche da noi. Per contro, se prevarranno le vecchie logiche lobbystiche ed i protezionismi che esse portano con sé, ci attendono tempi decisamente grami.
© Libero Mercato
Woland
Wednesday, 10 Dec 2008, 22:07
eccolo in posa mentre fa le prove per la foto segnaletica